Voglio inaugurare oggi una nuova rubrica. Non sono una gran viaggiatrice, e forse proprio per questo mi piace molto leggere i resoconti di viaggio sui blog degli altri, colmi di belle foto e di aneddoti. Oggi pensavo che vorrei fare anch'io la mia parte, e dunque, da ora in poi, mi impegno solennemente a tornare da ogni mio viaggetto, breve o lungo che sia, con almeno un souvenir linguistico per tutti voi.
Ho trascorso il weekend in un paesino della provincia di Imperia, Riva Ligure, che, come potete leggere qui, è uno dei luoghi della mia infanzia. Però, non l'avevo mai visto in questa stagione, con i fiori primaverili, le spiagge vuote e un venticello che faceva desiderare i rari spiazzi soleggiati tra i profondi vicoli del centro. Il paesaggio inondato da un sole limpido e da un'arietta così pungente da spingere i pochi passanti a evitare accuratamente l'ombra delle palme sul lungomare. Ho camminato tra le tamerici potate, gustandomi le prime ciliege della stagione, riconoscendo gli stabilimenti vuoti, i profili noti dei palazzi sul lungomare e i muretti di pietra, giaciglio dei gatti sonnecchianti in ogni stagione.
E poi, come promesso, ho un raccolto souvenir linguistico per voi, che è il nome stesso della vicina Sanremo, che entra a pieno merito nel novero delle parole che pronunciamo continuamente, ma sulle quali non ci siamo mai soffermati davvero.
Ecco, la cosa buffa è che a quanto pare nel medioevo la città si chiamava San Romolo. Giuro.
Prima, per non far sfigurare la facoltà di scienze linguistiche, che giornalmente frequento, vi propongo l'ipotesi seria: l'esito attuale, cioè, è verosimilmente frutto di usura fonetica, dovuta alla caduta dell'ultima sillaba e ad una pronuncia sempre più approssimata della prima vocale, trasformatasi prima in œ (qualcosa come Rœmu) e poi in e.
Ma a me piace pensare che il nome attuale sia frutto dell'ironia dei liguri tardomedievali che probabilmente hanno scherzato, come potremmo fare noi ora, sul nome di questo santo anomalo, forse proprio sostituendo alternativamente l'appellativo dell'omonimo fondatore di Roma con quello di suo fratello Remo. A condire il tutto rimane il fatto che, nell'agiografia cristiana, nè San Remo, nè San Romolo sono mai esistiti.
mercoledì 18 maggio 2011
Liguria - primo diario (linguistico) di viaggio
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domenica 24 aprile 2011
Pasqua
Come tutti sappiamo la Pasqua, prima di essere una festa cristiana, era una festa ebraica. Il suo nome, PESACH, significava "passare oltre", ma anche "liberare". Infatti, è il giorno della liberazione degli ebrei dalla schiavitù in Egitto, mentre per i cattolici è la svolta tra la vita terrena e la vita eterna: il momento in cui, attraverso Gesù, l'umanità si libera dalla sofferenza mortale nella certezza della resurrezione e della comunione con Dio.
Più laicamente parlando, si potrebbe vedere la Pasqua come un momento di passaggio, individuale e collettivo, che non a caso cade proprio nella stagione di rinascita per eccellenza: la primavera.
Però oggi vorrei pensarla anche come il periodo ideale per aspirare alla liberazione dalle oppressioni, fin troppo terrene, che si consumano ogni giorno intorno a noi. Sarebbe bello, e per nulla lontano dallo spirito cristiano della festa, che ciascuno di noi in questo giorno riuscisse finalmente a riconoscere le tante, piccole catene (interiori e non) di cui incosciamente è schiavo. E spezzarle.
Cito a questo proposito una bellissima poesia di Gianni Rodari:
LETTERA AI BAMBINI

È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
a dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.
Gianni Rodari
Buona pasqua!
Più laicamente parlando, si potrebbe vedere la Pasqua come un momento di passaggio, individuale e collettivo, che non a caso cade proprio nella stagione di rinascita per eccellenza: la primavera.
Però oggi vorrei pensarla anche come il periodo ideale per aspirare alla liberazione dalle oppressioni, fin troppo terrene, che si consumano ogni giorno intorno a noi. Sarebbe bello, e per nulla lontano dallo spirito cristiano della festa, che ciascuno di noi in questo giorno riuscisse finalmente a riconoscere le tante, piccole catene (interiori e non) di cui incosciamente è schiavo. E spezzarle.
Cito a questo proposito una bellissima poesia di Gianni Rodari:
LETTERA AI BAMBINI

È difficile fare
le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate
a fare le cose difficili:
a dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi
che si credono liberi.
Gianni Rodari
Buona pasqua!
martedì 19 aprile 2011
Cambiare (todo cambia)
Cambiare (in inglese to change, in francese changer), sicuramente non è una parola di origine latina. In greco KAMPTEIN significava curvare, girare intorno, e a quanto pare anche nelle lingue germaniche esisteva una radice *KAMB per indicare l'angolo, l'atto di piegare, (pensate anche all'italiano scansare). Lo slittamento semantico, che a quanto pare è avvenuto in buona parte delle lingue indoeuropee, è probabilmente questo: cambiare è svoltare un angolo, mutare direzione.
E se allora il cambiamento non fosse altro, in fondo, che una curva inaspettata della nostra vita? E se la soluzione migliore fosse semplicemente seguire, con dolcezza, il cammino sinuoso che stiamo percorrendo?
Io stasera ci voglio credere, e, sulle note di questa dolcissima canzone, mi lascio trasportare.
andate a vedere Habemus papam. Moretti stavolta mi ha regalato anche questa canzone. :)
E se allora il cambiamento non fosse altro, in fondo, che una curva inaspettata della nostra vita? E se la soluzione migliore fosse semplicemente seguire, con dolcezza, il cammino sinuoso che stiamo percorrendo?
Io stasera ci voglio credere, e, sulle note di questa dolcissima canzone, mi lascio trasportare.
Cambia lo superficial
cambia también lo profundo
cambia el modo de pensar
cambia todo en este mundo.
andate a vedere Habemus papam. Moretti stavolta mi ha regalato anche questa canzone. :)
venerdì 25 marzo 2011
Sgiai
È primavera! E si torna con una bella etimologia dialettale. I piemontesi tra voi potrebbero trovare quantomeno originale l'associazione tra l'idea della nuova stagione nascente e la parola del giorno, ma continuate a leggere, a tutto c'è una ragione.
In particolare c'è una poesia di Bertran de Born, che ha funestato tutta la mia carriera di studentessa di materie umanistiche, e che oggi può risultare di difficile comprensione (sarà perchè è stata scritta nel millecentoequalcosa):
eccetera, eccetera, eccetera. Qui continua con una corposa lista di miserie e violenze assortite. Ora, io dico a me stessa: ma no, questo tipo di azioni e sentimenti sono cose di un millennio fa, qualcosa che ci sembra assurdo, che non possiamo neanche comprendere perchè un abisso temporale e culturale ci separa dai nostri cugini di allora (e di cugini si tratta, specialmente per noi piemontesi, perchè la Provenza è proprio a due passi).
In particolare c'è una poesia di Bertran de Born, che ha funestato tutta la mia carriera di studentessa di materie umanistiche, e che oggi può risultare di difficile comprensione (sarà perchè è stata scritta nel millecentoequalcosa):
Be'm platz lo gai temps de Pascor
mi piace il tempo allegro di primavera
Que fai folhas e flors venir
che fa nascere foglie e fiori
E platz me quant auv la baudor
e mi piace sentire il rumore
Dels ausels que fan retentir
degli uccelli che fanno risuonare
Lor chant per lo boscatge
il canto per i boschi
E fin qui tutto normale. Se non fosse che poi continua con:
E ai grand alegratge
e sono molto felice
Quand vei per campanhas rengats
quando vedo accampati per le campagne
Cavaliers e cavals armats
cavalieri e cavalli armati
E platz me quand li corredors
e mi piace quando i soldati
Fan las gens e l’aver fugir
fanno fuggire la gente con i propri averi
E platz me quand vei après lor
e mi piace quando vedo dietro di loro
Gran re d’armats corren venir
enormi armate inseguirli correndo
E platz me mon coratge
e mi piace il coraggio
Quand vei fòrts chastels assetjats
quando vedo forti castelli assediati
E-ls barris rots e-d'esfondrats
le barriere rotte e sfondate
eccetera, eccetera, eccetera. Qui continua con una corposa lista di miserie e violenze assortite. Ora, io dico a me stessa: ma no, questo tipo di azioni e sentimenti sono cose di un millennio fa, qualcosa che ci sembra assurdo, che non possiamo neanche comprendere perchè un abisso temporale e culturale ci separa dai nostri cugini di allora (e di cugini si tratta, specialmente per noi piemontesi, perchè la Provenza è proprio a due passi). Bene, ora guardiamoci intorno, pensiamo alla Libia, all'ONU, a Sarkosy e facciamo due conti. Io, personalmente, sono un po'schifata. E qui viene l'etimologia del giorno, ovvero quella della parola piemontese che esprime il mio stato d'animo a questo riguardo: sgiai, cioè "schifo".
A quanto pare deriva da un ipotetico verbo *sgiaiè "provare schifo, ribrezzo, raccapriccio" che è un composto della particella EX e di GLADIUM, cioè "spada". Guardacaso in origine indicava proprio il terrore di essere colpiti, ammazzati, trafitti. Esprimeva proprio lo schifo che dovrebbe infondere all'uomo la guerra, in tutte le sue forme.
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sabato 5 marzo 2011
Digitale (e una cena molto analogica)
Il computer ci apre il mondo, la rete dà possibilità infinite. È vero. Ma è ancora meglio quando il mondo entra in casa nostra attraverso la porta.
Sì, perchè qualche giorno fa ho organizzato una cena a casa mia con amici che condividono con me il folle proposito di dedicare allo studio maniacale della lingua italiana i prossimi due anni della propria vita.
È stato un susseguirsi di risate, pizza, vino bianco, morsi della gatta Zazie, birra e taralli. Si sono alternate canzoni in piemontese, grandi classici del rock, canzoni d'autore e Bella Ciao e un accenno di inno nazionale (che di questi tempi ha un che di rivoluzionario).
Si è scoperto che i valdostani non conoscono i friarielli (ma gli iraniani sì!), che in casi eccezionali si può mangiare la pasta col cucchiaino, che i gatti bianchi si sentono discriminati rispetto ai loro simili di (un altro) colore, che le linguette dei cartoni di pizza possono trasformarsi in un divertente giochino compulsivo.
Ma soprattutto, prestate attenzione perchè è una rivelazione, che mentre gli italiani contando con le dita partono dal pollice, gli americani partono dall'indice e i persiani dal mignolo. E che qualsiasi esponente di una a caso delle tre culture fa seriamente fatica a farlo in un modo diverso da quello che ha imparato da bambino.
Ma questo è nulla se confrontato al modo in cui i persiani schioccano le dita. Nonostante me lo sia fatto lungamente spiegare dalla mia amica Harir (e ci provi ininterrottamente da tre giorni, ehm.) non riesco a produrre il minimo suono. Se qualcuno di voi ci riesce, vi prego, mi spieghi il trucco.
Detto questo, dall'alto del mio modem adsl vi chiedo: chi di voi si è mai domandato l'etimologia della parola digitale? Questa ormai notissima parola è entrata nell'italiano dall'inglese, e in origine significava semplicemente "numerico". Deriva, naturalmente, dal latino DIGITUM, cioè dito, il primo strumento di calcolo della storia. E nell'universo dei suoni e dei significati, ovvero la parola, il computer, il sistema binario, le reti virtuali reincontrano la realtà materiale dei gesti, dei gusti, dei rumori e delle mani.
Sì, perchè qualche giorno fa ho organizzato una cena a casa mia con amici che condividono con me il folle proposito di dedicare allo studio maniacale della lingua italiana i prossimi due anni della propria vita.
È stato un susseguirsi di risate, pizza, vino bianco, morsi della gatta Zazie, birra e taralli. Si sono alternate canzoni in piemontese, grandi classici del rock, canzoni d'autore e Bella Ciao e un accenno di inno nazionale (che di questi tempi ha un che di rivoluzionario).
Si è scoperto che i valdostani non conoscono i friarielli (ma gli iraniani sì!), che in casi eccezionali si può mangiare la pasta col cucchiaino, che i gatti bianchi si sentono discriminati rispetto ai loro simili di (un altro) colore, che le linguette dei cartoni di pizza possono trasformarsi in un divertente giochino compulsivo.
| se ho ben capito si chiama beshkan |
Ma questo è nulla se confrontato al modo in cui i persiani schioccano le dita. Nonostante me lo sia fatto lungamente spiegare dalla mia amica Harir (e ci provi ininterrottamente da tre giorni, ehm.) non riesco a produrre il minimo suono. Se qualcuno di voi ci riesce, vi prego, mi spieghi il trucco.
Detto questo, dall'alto del mio modem adsl vi chiedo: chi di voi si è mai domandato l'etimologia della parola digitale? Questa ormai notissima parola è entrata nell'italiano dall'inglese, e in origine significava semplicemente "numerico". Deriva, naturalmente, dal latino DIGITUM, cioè dito, il primo strumento di calcolo della storia. E nell'universo dei suoni e dei significati, ovvero la parola, il computer, il sistema binario, le reti virtuali reincontrano la realtà materiale dei gesti, dei gusti, dei rumori e delle mani.
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martedì 22 febbraio 2011
Mentire
Ieri era il mio compleanno. Ieri era il mio compleanno e avevo un esame: questa si chiama sfortuna. Ieri era il mio compleanno, avevo un esame ed ero la quarta dell'appello. Ieri era il mio compleanno, avevo un esame, ero la quarta dell'appello ma sono passata alle cinque del pomeriggio: questo si chiama infierire. Tutto ciò per dirvi che ho degnamente recuperato con una bellissima serata al ristorante insieme al mio ragazzo.
Dal momento che tra i locali aperti il lunedì sera non c'è molta scelta siamo finiti nella trattoria sotto casa, che è uno di quei posti che non noti mai solo perchè li hai sempre sotto gli occhi. L'otttima cucina astigiana (che è anche un omaggio alle mie origini), il lussurioso tagliere di formaggi e l'abbondante barbera non mi hanno impedito di dedicarmi a uno dei miei passatempi preferiti: l'osservazione puntigliosa e rigorosamente indiscreta degli altri avventori del locale.
Mi ha colpita fin dall'inizio la coppia del tavolino d'angolo: Lui giacca e cravatta, con tanto di fazzoletto nel taschino, Lei bionda tinta, rossetto rosso e l'aria un po' su di giri. Si divertivano, e mi compiacevo di non essere l'unica, lì dentro, fermamente convinta di meritare buon cibo, vino e allegria.
È stato solo un attimo prima che si accorgessero che i loro piatti e bicchieri erano vuoti ormai da troppo tempo e che la cena era da considerarsi conclusa che a Lei è squillato il telefono.
"Pronto? Sì, sono andata a mangiare una pizza. Eh? Non ti ricordi? Ti avevo detto che sarei andata in pizzeria con Maria. Sì, con Maria. Come dove? In corso Francia...sì sono in macchina, sto arrivando."
Si sono guardati, come per arrendersi all'evidenza che ora la serata fosse veramente finita, hanno pagato e sono spariti nella notte torinese.
Così stamattina mi sono ritrovata a pensare al significato della parola mentire e ho scoperto che viene dal verbo latino MENTIRI che a sua volta deriva dalla parola MENS, cioè mente, spirito, creatività.
In effetti tutti abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita che dire cose non vere, riuscendo, nel migliore dei casi, ad essere anche convincenti, richiede un bello sforzo di immaginazione.
Dal momento che tra i locali aperti il lunedì sera non c'è molta scelta siamo finiti nella trattoria sotto casa, che è uno di quei posti che non noti mai solo perchè li hai sempre sotto gli occhi. L'otttima cucina astigiana (che è anche un omaggio alle mie origini), il lussurioso tagliere di formaggi e l'abbondante barbera non mi hanno impedito di dedicarmi a uno dei miei passatempi preferiti: l'osservazione puntigliosa e rigorosamente indiscreta degli altri avventori del locale.
Mi ha colpita fin dall'inizio la coppia del tavolino d'angolo: Lui giacca e cravatta, con tanto di fazzoletto nel taschino, Lei bionda tinta, rossetto rosso e l'aria un po' su di giri. Si divertivano, e mi compiacevo di non essere l'unica, lì dentro, fermamente convinta di meritare buon cibo, vino e allegria.
È stato solo un attimo prima che si accorgessero che i loro piatti e bicchieri erano vuoti ormai da troppo tempo e che la cena era da considerarsi conclusa che a Lei è squillato il telefono.
"Pronto? Sì, sono andata a mangiare una pizza. Eh? Non ti ricordi? Ti avevo detto che sarei andata in pizzeria con Maria. Sì, con Maria. Come dove? In corso Francia...sì sono in macchina, sto arrivando."
Si sono guardati, come per arrendersi all'evidenza che ora la serata fosse veramente finita, hanno pagato e sono spariti nella notte torinese.
Così stamattina mi sono ritrovata a pensare al significato della parola mentire e ho scoperto che viene dal verbo latino MENTIRI che a sua volta deriva dalla parola MENS, cioè mente, spirito, creatività.
In effetti tutti abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita che dire cose non vere, riuscendo, nel migliore dei casi, ad essere anche convincenti, richiede un bello sforzo di immaginazione.
lunedì 14 febbraio 2011
Esame
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Non c'entra nulla, ma ieri (invece di studiare) sono andata alla manifestazione "Se non ora, quando" a Torino. Quell'intreccio di volti, ombrelli, canti e fili di lana mi ha davvero riscaldato il cuore.
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