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venerdì 3 giugno 2011

Losna & Trun

Ho l'influenza (troppe etimologie?), sono a letto con il pc sulle coperte, e fuori c'è il temporale. Ottimo inizio di weekend, direi.
Ma a me, in realtà, i temporali piacciono. Più di quelli primaverili amo quelli estivi, con il tipico cielo scuro e pesante, elettrico, come nella canzone di Jovanotti.
I temporali estivi, quelli che ci sorprendono quando andiamo in giro belli sbracciati, con i sandali, e all'improvviso sentiamo raffiche di vento tiepido, un gocciolone sulla guancia, e ci viene l'impulso di affrettarci verso casa, e quello opposto di fermarci lì, in mezzo alla strada, e abbandonarci alla furia degli elementi. Ma tutte queste sensazioni vengono spazzate via, in un attimo, da una ben più intensa: l'odore dell'asfalto bagnato, l'unica fragranza al mondo capace di evocare in un solo istante: estate, infanzia, mare, avventura, vapore, pantaloncini corti, bicicletta, vacanza. Poi comincia a piovere sul serio, e dimentichi dei i propositi di poco fa ci ripariamo sotto il primo portico, e ci divertiamo a contare i secondi tra lampo e tuono, anche se non ci ricordiamo più il modo in cui si calcola la distanza in chilometri del temporale. E poi, a che servirebbe saperla? In questo momento, al riparo, segretamente ci piacerebbe che il centro fosse proprio sopra la nostra testa, per godere meglio di questo spettacolo violento e incantevole, per gustarci bene la paura. Ascoltiamo i lampi e i tuoni, che in piemontese si chiamano losna e trun, e sembrano divinità di un qualche olimpo celtico scese finalmente in terra a fare giustizia. Poi, ci scopriamo a immaginare la quiete, proverbiale, che verrà dopo, e a chiederci con gioia infantile se riusciremo a vedere l'arcobaleno.
Ecco perchè mi piacciono i temporali.
Ma veniamo alle etimologie: il tuono, in piemontese trun, deriva dalla parola latina TONITRU(M), a sua volta derivante da TONUS, con l'inserimento della r avvenuto probabilmente per ragioni fonosimboliche, ovvero per imitare, con il suono della parola, il suo stesso significato. La vibrante in questione ha poi subito una metatesi, ovvero si è spostata nella prima sillaba, per agevolare la pronuncia.
Ma quella che preferisco è l'etimologia di losna, che a prima vista sembra una parola strana e di probabile origine esotica, e invece deriva dal verbo latino *LUCINARE, da cui losnè, ovvero folgorare, lampeggiare. Questa parola deriva a sua volta dal latino tardo LUCINU(M), ovvero lanterna.
Qui di fianco potete ammirare una sequenza temporalesca ripresa mesi fa dalla mia finestra, con tanto di arcobaleno finale.

domenica 22 maggio 2011

Tabaleuri

Mai fidarsi dei musicisti.
Che all'interno della cultura tradizionale si provasse un po' di diffidenza nei confronti di queste figure nomadi e un po'esotiche, lo dimostra la parola piemontese tabaleuri. Questo interessante vocabolo infatti significa, citando direttamente dal Dizionario Monferrino di Sergio Nebbia: "baggiano, sciocco, testa vuota".
Caso vuole che questa parola, derivi, a quanto pare, dall'arabo tabal, che significa tamburo. Il tabaleuri, quindi era in origine il tamburellista, quel personaggio furbo e affascinante che, fino a mezzo secolo fa, girava l'Italia per suonare, e quando poteva scroccava o rubacchiava vino, cibo e qualche moneta. Veniva ospitato nella stalla, perchè la sapeva lunga, e diventava immediatamente la "star" della veglia serale. Dopo, gli si regalavano minestra e polenta, e paglia su cui dormire, perchè l'ospitalità, allora, sapeva ancora vincere la diffidenza.

Questo post mi è stato ispirato dalla manifestazione, organizzata dal comune di Rivalta (TO), a cui parteciperò attivamente stasera tirando fuori la mia parte barotto-monferrina d.o.c, per condividere con gli avventori parte della tradizione musicale delle mie parti. Se per caso siete nel torinese venite a dare un'occhiata. :)

venerdì 25 marzo 2011

Sgiai

È primavera! E si torna con una bella etimologia dialettale. I piemontesi tra voi potrebbero trovare quantomeno originale l'associazione tra l'idea della nuova stagione nascente e la parola del giorno, ma continuate a leggere, a tutto c'è una ragione.
In particolare c'è una poesia di Bertran de Born, che ha funestato tutta la mia carriera di studentessa di materie umanistiche, e che oggi può risultare di difficile comprensione (sarà perchè è stata scritta nel millecentoequalcosa):


Be'm platz lo gai temps de Pascor 
mi piace il tempo allegro di primavera
Que fai folhas e flors venir
che fa nascere foglie e fiori
E platz me quant auv la baudor 
e mi piace sentire il rumore
Dels ausels que fan retentir
degli uccelli che fanno risuonare
Lor chant per lo boscatge 
il canto per i boschi

E fin qui tutto normale. Se non fosse che poi continua con:

E ai grand alegratge
e sono molto felice 
Quand vei per campanhas rengats 
quando vedo accampati per le campagne
Cavaliers e cavals armats
cavalieri e cavalli armati
E platz me quand li corredors
e mi piace quando i soldati 
Fan las gens e l’aver fugir 
fanno fuggire la gente con i propri averi
E platz me quand vei après lor 
e mi piace quando vedo dietro di loro
Gran re d’armats corren venir
enormi armate inseguirli correndo
E platz me mon coratge
e mi piace il coraggio
Quand vei fòrts chastels assetjats
quando vedo forti castelli assediati
 E-ls barris rots e-d'esfondrats
le barriere rotte e sfondate
eccetera, eccetera, eccetera. Qui continua con una corposa lista di miserie e violenze assortite. Ora, io dico a me stessa: ma no, questo tipo di azioni e sentimenti sono cose di un millennio fa, qualcosa che ci sembra assurdo, che non possiamo neanche comprendere perchè un abisso temporale e culturale ci separa dai nostri cugini di allora (e di cugini si tratta, specialmente per noi piemontesi, perchè la Provenza è proprio a due passi).  
Bene, ora guardiamoci intorno, pensiamo alla Libia, all'ONU, a Sarkosy e facciamo due conti. Io, personalmente, sono un po'schifata. E qui viene l'etimologia del giorno, ovvero quella della parola piemontese che esprime il mio stato d'animo a questo riguardo: sgiai, cioè "schifo". 
A quanto pare deriva da un ipotetico verbo *sgiaiè "provare schifo, ribrezzo, raccapriccio" che è un composto della particella EX e di GLADIUM, cioè "spada". Guardacaso in origine indicava proprio il terrore di essere colpiti, ammazzati, trafitti. Esprimeva proprio lo schifo che dovrebbe infondere all'uomo la guerra, in tutte le sue forme.

martedì 20 luglio 2010

Cerea

Molto presto partirò per qualche meritato giorno di mare a Riva Ligure, in provincia di Imperia. In questo bellissimo paesino ho passato lunghi mesi da bambina insieme a Nonna Maria, che essendo una persona molto ansiosa non mi lasciava fare il bagno per timore che annegassi, nè mi faceva stare sulla spiaggia per paura che prendessi un'insolazione. Nonostante ciò mi ricordo molti di quei periodi come i più belli della mia infanzia. Un momento tipico della giornata era la passeggiata sul lungomare, durante la quale ascoltavo un po'annoiata lunghi discorsi in piemontese (Riva Ligure è colonizzata dai villeggianti torinesi) e incassavo ogni genere di complimenti sdolcinati.


Vi riporto un dialogo-tipo dal quale trarrò l'etimologia del giorno, l'interlocutore sarà chiamato con il generico cognome piemontese Pautasso:

P: Cerea madama Pavia
N: Cerea monsù Pautasso
P: oh ma che bel cit!
N: su, saluta il signor Pautasso...
M: ...
P: ehi, bel bambino, come ti chiami?
M: ...
N: a l'è 'na cita, a 's ciama Marta. Su, saluta!
P: ooh ma lo sai che sembri proprio un maschietto?
M: signore, io non faccio mica la pipì da in piedi!

Di questo dialogo esilarante (ce ne sono stati molti altri di questo tipo) la parola che ci interessa è cerea, saluto del quale mi sono chiesta per anni il significato.
Pare che derivi da un'alterazione di signoria attraverso *sereia, serea, simile al saluto veneziano sioria vostra e al genovese scià.

Tra qualche ora vado a godermi il suddetto lungomare e a coccolarmi i ricordi. Buone vacanze a tutti!

giovedì 1 luglio 2010

Ghëddo

Questo post è dedicato al mio ragazzo che oggi si laurea con una tesi in Etnomusicologia.
La parola in questione appartiene alla lingua piemontese (chiamatela dialetto, se preferite), in particolare al gergo musicale, e ha a che fare con le feste di paese, le bande e quegli anni meravigliosi in cui mia nonna, sedicenne, usciva di nascosto e si innamorava di mio nonno ballando il valzer.
Il ghëddo, infatti, è quell'affiatamento all'interno di un gruppo di musicisti che permette di avere uno stile inconfondibile, condiviso e trascinante che è una garanzia per le coppie di affezionati ballerini che volteggiano incessantemente sul ballo a palchetto. ("a l'han prope un bel ghëddo, custi sì").
Ma veniamo all'etimologia: pare che la parola derivi dal francese guede (dal germanico *waizda), nome di una pianta dalla quale si estrae un colorante azzurro che serve per tingere abiti eleganti. Da lì passa a indicare le persone che "si danno un tono", e infine diventa sinonimo di stile, bravura, eleganza.

Intanto ribadisco i miei auguri a Dario, ed ecco a voi un estratto delle sue registrazioni:


Piccola nota fonetica: non ho ancora deciso che tipo di grafia adottare per trascrivere il piemontese, per cui per ora mi limito a scriverlo nel modo più comprensibile possibile, i puristi mi perdonino. La parola ghëddo ha una pronuncia complicata e inconfondibile, con la ë molto breve, che quasi sparisce nella consonante doppia successiva, e la "o" finale si legge "u".
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