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giovedì 1 luglio 2010

Ghëddo

Questo post è dedicato al mio ragazzo che oggi si laurea con una tesi in Etnomusicologia.
La parola in questione appartiene alla lingua piemontese (chiamatela dialetto, se preferite), in particolare al gergo musicale, e ha a che fare con le feste di paese, le bande e quegli anni meravigliosi in cui mia nonna, sedicenne, usciva di nascosto e si innamorava di mio nonno ballando il valzer.
Il ghëddo, infatti, è quell'affiatamento all'interno di un gruppo di musicisti che permette di avere uno stile inconfondibile, condiviso e trascinante che è una garanzia per le coppie di affezionati ballerini che volteggiano incessantemente sul ballo a palchetto. ("a l'han prope un bel ghëddo, custi sì").
Ma veniamo all'etimologia: pare che la parola derivi dal francese guede (dal germanico *waizda), nome di una pianta dalla quale si estrae un colorante azzurro che serve per tingere abiti eleganti. Da lì passa a indicare le persone che "si danno un tono", e infine diventa sinonimo di stile, bravura, eleganza.

Intanto ribadisco i miei auguri a Dario, ed ecco a voi un estratto delle sue registrazioni:


Piccola nota fonetica: non ho ancora deciso che tipo di grafia adottare per trascrivere il piemontese, per cui per ora mi limito a scriverlo nel modo più comprensibile possibile, i puristi mi perdonino. La parola ghëddo ha una pronuncia complicata e inconfondibile, con la ë molto breve, che quasi sparisce nella consonante doppia successiva, e la "o" finale si legge "u".
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