
Qualche giorno fa ho fatto un piccolo viaggio, con mio padre, tra le montagne del canavese. Il clima grigio e umido, appena più freddo di quello di pianura, ha fatto sì che i
ricordi mi impregnassero lentamente e mi lasciassero, a distanza di giorni, una malinconia dolce e persistente.
Ricordo che ci andavamo ogni anno, con nonna Maria, il primo Novembre, ed era il primo giorno che indossavo il giaccone invernale, che non avrei più tolto per i mesi successivi. I "grandi" mi risparmiavano la visita al cimitero, e avevo modo di girare il piccolo paese, lasciandomi stupire da cose apparentemente insignificanti, come la vetrina della panetteria, quella del negozio di scarpe e quella del negozio di giocattoli. Speravo sempre che da un momento all'altro si mettesse a nevicare.
Poi c'era la casa di Marianin e Antonietta, le anziane cugine di mia nonna, una stanza dal pavimento di legno, con un grande frigorifero ingiallito e una vecchia, vecchissima stufa di ghisa.
Ricordo chiaramente il calore di quel piccolo ambiente, i suoni incomprensibili del loro dialetto, il cioccolatino e la banconota spiegazzata che mi infilavano in tasca prima di andare via, l'odore di legna, latte e formaggio. Alle pareti scrostate due diplomi rendevano omaggio al loro mestiere di allevatrici, esercitato in fraterna solitudine per tutta la vita, e poi, accanto a qualche immagine sacra, campeggiava il ritratto di una bellissima donna dagli occhi chiari e il viso dolce e fiero: la loro madre.
Poi si andava al ristorante, dove snobbavo la maggior parte delle piemontesissime portate e dopo si visitava un'altra famiglia, dove un'altra stufa accesa era circondata di persone allegre e gatti sonnecchianti. Lì mia cugina, una bambina magra, che mi pareva vestita troppo leggera per il venticello freddo che pungeva le guance, si faceva rincorrere per i pendii intorno alla cascina mostrandomene i segreti e gli infiniti animali che la abitavano.
E alla fine la partenza che era già buio, carichi di castagne, miele e formaggio (una volta portammo via anche uno dei gatti), e il viaggio in macchina riposante e conciliante, dopo tante emozioni.
Il verbo
ricordare, da cui la parola
ricordo, deriva dal composto di RE- che indica il ritorno, il ripetersi di un'azione e *CORDARE, da COR, CORDIS, che voleva dire cuore.
Somiglia all'inglese
know by heart, sapere a memoria, e al francese
apprendre par coeur.
Non mi stupisce che gli antichi considerassero il cuore, anzichè la mente, come sede della memoria. Certe immagini, odori, sapori, suoni del passato sono certa di conservarli proprio lì.